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Natura e storia
fra collina e Po nel torinese
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Sezione storia, arte, architettura ed archeologia: Il pensiero di Roberto Gambino *

(Testo integrale tratto da R. Gambino, Conservare Innovare, Utet, Torino, 1997, pp. 171 e 172)

"Nonostante l'enfasi degli approcci ecologici ed ecogeografici sull'esigenza di una considerazione sistemica, globale o integrale, del paesaggio, non è difficile osservare, in molte delle esperienze di pianificazione ad essi più direttamente riferite, vaste zone d'ombra. Tra queste, una delle più preoccupanti riguarda gli aspetti storici e culturali del paesaggio, la cui rilevanza, nei contesti europei, è ovviamente decisiva. In linea di principio, l'ecologia umana applicata alla pianificazione dovrebbe indurre a un'attenta considerazione di quei processi interattivi (insediativi, economici e produttivi, sociali e culturali) con i quali le società storiche hanno, nel corso dei secoli, variamente rielaborato i dati naturali plasmando paesaggi diversificati ed in continua evoluzione. Anzi, proprio la salutare presa di distanza degli approcci ecologici dalle concezioni impressionistiche e dalle letture basate sugli aspetti più immediatamente visibili o sensibili, dovrebbe incoraggiare le analisi degli aspetti strutturali, volte a cogliere le tracce degli aspetti meno appariscenti, spesso invisibili, sepolte o latenti, dei processi di lenta e complessa strutturazione dei palinsesti paesistici, derivanti dalla continua interazione tra fattori antropici e naturali.
Tuttavia è facile constatare che i metodi e gli apparati concettuali proposti dalla geografia storica hanno finora scarsamente fecondato la pianificazione ecologica. Non manca spesso, soprattutto nelle esperienze più recenti, l'attenzione per i beni storico culturali, per i segni delle passate civilizzazioni, per gli stessi luoghi della memoria tenuti vivi dalle culture locali. Ma il senso profondo dei paesaggi culturali che costituiscono tanta parte del patrimonio europeo, le regole non scritte di lenta costruzione dei paesaggi agrari descritti da Sereni, l'inerzia e la permanenza dei complessi depositi materiali che l'archeologia del paesaggio è in grado di far emergere, sfuggono largamente all'approccio ecologico, alle sue categorie analitiche e progettuali.
Queste non possono certo prescindere dalla storia del passato, da una visione retrospettiva che consenta di confrontare fra loro configurazioni ecologiche diverse, che si sono succedute nel corso del tempo, anticipando le tendenze evolutive del presente e del futuro; ma non necessariamente comprendono la ricostruzione dei processi complessi (economici e produttivi, sociali e culturali) di organizzazione e strutturazione del territorio, che con il loro sedimentare e incrociarsi hanno prodotto il paesaggio. La comprensione della storia "del" paesaggio, e non solo delle vicende che hanno lasciato "nel" paesaggio tracce più o meno vistose, rischia così di essere affidata alle osservazioni più direttamente riferite agli aspetti fisici e biologici e alla loro evoluzione nel tempo, quando non soltanto agli aspetti più propriamente fisiografici, come in molte esperienze derivate da McHarg.
Ciò implica, in ultima analisi, la sottovalutazione delle interazioni attivate dai processi sociali prodottisi nel corso della storia e delle loro possibili evoluzioni, che ridà spazio proprio a quei rischi di determinismo ecologico aspramente contrastati dai più autorevoli esponenti del pensiero ecologico, come Giacomini, e che tende a nascondere le ragioni e le responsabilità politiche del degrado paesistico ed ambientale. Ma ciò suggerisce anche, in sostanza, l'utilità e la possibilità di una integrazione dei due approcci, quello ecologico e quello storico-geografico, che consenta di portare fino in fondo la comprensione globale delle relazioni tra processi sociali e processi naturali, giustamente raccomandata dalle scienze ecologiche. Come afferma Bertrand parlando dei paesaggi rurali, "il problema ecologico non è né preliminare né parallelo alla ricerca storica: esso rinvia alla storia globale".

* Preside vicario della II Facoltà di Architettura, Politecnico di Torino

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